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	<title>Storie di vita Archivi - Fondazione Nervo Pasini | Cucine Economiche Popolari</title>
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	<description>Viviamo la comunità sociale</description>
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	<title>Storie di vita Archivi - Fondazione Nervo Pasini | Cucine Economiche Popolari</title>
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		<title>Kelvin e il valore della riconoscenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[CEP]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Feb 2025 13:32:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie di vita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Era un tranquillo pomeriggio dopo pranzo quando, poco dopo l’orario di chiusura della mensa, il campanello della porta d’ingresso suonò. La giornata era stata intensa, e la maggior parte delle persone se n’era già andata. Rimanevo io con qualche collega, intento a sistemare le ultime cose prima di concludere il mio turno. Apro la porta [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Era un tranquillo pomeriggio dopo pranzo quando, poco dopo l’orario di chiusura della mensa, il campanello della porta d’ingresso suonò. La giornata era stata intensa, e la maggior parte delle persone se n’era già andata. Rimanevo io con qualche collega, intento a sistemare le ultime cose prima di concludere il mio turno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Apro la porta e davanti a me vedo un uomo, sulla trentina, con il viso segnato dalla vita ma illuminato da un sorriso sincero. Era un ragazzo nigeriano, ben vestito, con un’aria distinta ma umile. Istintivamente pensai che fosse uno dei tanti che venivano alla nostra mensa per un pasto caldo e che, essendo arrivato in ritardo, stesse cercando di capire se fosse rimasto qualcosa per lui.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Ciao,” gli dico con un sorriso, “come posso aiutarti?”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lui mi guarda negli occhi e con voce gentile mi risponde: “Sono venuto per sapere se avete bisogno di qualcosa e in che modo posso aiutarvi.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rimango interdetto per un attimo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“In che senso?” chiedo, cercando di capire meglio le sue intenzioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lui annuisce e spiega: “Mi chiamo Kelvin. Ho vissuto qui all’Arcella per un periodo, ospite di una cooperativa. Molti miei connazionali venivano da voi, raccontandomi di quanto la vostra mensa fosse un luogo di conforto, dove trovavano non solo cibo, ma anche rispetto e gentilezza. Io, però, non ho mai avuto occasione di venirci.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Annuisco, sempre più incuriosito dalle sue parole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Ora mi sono trasferito a Conselve e ho trovato un lavoro stabile,” continua Kelvin. “Ma non mi sono mai dimenticato di questo posto. Volevo dirvi grazie, non solo a nome mio, ma anche per tutti quelli che avete aiutato e che, per vari motivi, non hanno mai potuto o pensato di farlo.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Resto senza parole. Non mi aspettavo un gesto simile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“E per questo,” aggiunge Kelvin con una punta d’emozione nella voce, “vorrei fare una donazione. Potresti darmi il vostro IBAN?”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il cuore mi si riempie di gratitudine. In un mondo dove spesso si prende senza pensare a restituire, quell’uomo era tornato per esprimere riconoscenza nel modo più concreto possibile. Senza esitare, vado a prendere una delle nostre brochure, con tutte le informazioni necessarie. Gliela porgo con un sorriso sincero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Grazie, Kelvin. Significa molto per noi.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lui prende la brochure e mi stringe la mano con fermezza. “Spero di poter tornare presto, magari per conoscervi meglio e dare una mano anche in prima persona.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo invito calorosamente a tornare, certo che un cuore grande come il suo sarebbe un dono prezioso per la nostra comunità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mentre chiudo la porta, ripenso a quell’incontro con una sensazione di calore dentro. È proprio vero che la gratuità non è solo dare senza aspettarsi nulla in cambio, ma anche riconoscere il valore di ciò che si riceve e trovare il modo di restituirlo.</p>



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		<title>Servizio medico: la testimonianza di Valentino</title>
		<link>https://fondazionenervopasini.it/servizio-medico-la-testimonianza-di-valentino/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[CEP]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 May 2024 10:21:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie di vita]]></category>
		<category><![CDATA[Ultime Notizie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Care Cucine Economiche Popolari,Desidero rivolgervi il mio più sincero ringraziamento per l&#8217;opportunità di collaborare con voi come medico volontario. Dopo quasi un anno di frequentazioni, purtroppo è giunto il momento di salutarci: sono entrato in specializzazione all’Albert Einstein College of Medicine di New York.Il mio percorso accademico e clinico è stato finora abbastanza singolare, partendo [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Care Cucine Economiche Popolari,<br>Desidero rivolgervi il mio più sincero ringraziamento per l&#8217;opportunità di collaborare con voi come medico volontario. Dopo quasi un anno di frequentazioni, purtroppo è giunto il momento di salutarci: sono entrato in specializzazione all’Albert Einstein College of Medicine di New York.<br>Il mio percorso accademico e clinico è stato finora abbastanza singolare, partendo dalla ricerca oncologica in America, passando per la medicina penitenziaria, per il “migliore ospedale al mondo”, per il pronto soccorso e arrivando infine a New York. Benché vita brevis, ars longa, in questi anni, ma soprattutto con voi posso dire di aver imparato qualche lezione sulla medicina. La prima è che per fare della medicina di qualità non servono né tecnologie avanzate, né grandi risorse, né l’ultima frontiera della ricerca, ma competenza e attenzione ai particolari (certo, il resto, ovviamente, aiuta). La seconda è che non si sarà mai buoni medici se non si sapranno intercettare i bisogni delle persone prima che questi diventino malattie.<br>Durante il mio tempo trascorso presso le Cucine, ho infatti potuto osservare con ammirazione il vostro impegno costante nel fornire cibo e sostegno a tutto tondo a coloro che ne hanno bisogno: dai vestiti alla burocrazia e alla salute. Potrebbe sembrare poco, ma, al contrario, quando lavoravo come medico del carcere (ma anche in pronto soccorso), la cosa che mi colpiva di più della maggioranza dei detenuti (quelli piccoli, per capirsi) era come in molti casi il triste epilogo nascondesse storie di abbandono. Queste storie sarebbero state probabilmente molto diverse, se solo ci fosse stato un punto di riferimento. Non era infatti raro, specie durante i mesi invernali, vedere persone senza fissa dimora (e spesso senza cittadinanza), farsi arrestare solo per avere accesso ai bisogni essenziali, tra cui molte volte la salute. Quindi, benché qualcuno cantasse “Ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame”, lunga vita alle Cucine!<br>Nel mio settore in particolare, è stato un privilegio poter lavorare a fianco dell’infermiere Lucio, una vecchia volpe, che come tutti gli infermieri di lunga data “ne sa una più del diavolo” e del Professor Realdi, medico di grande levatura ed esperienza, che seppur in pensione, continua ad aiutare i pazienti più bisognosi e ad attrarre i più giovani con le sue lezioni di medicina. Sono grato per l&#8217;accoglienza calorosa e l&#8217;atmosfera di collaborazione che ho trovato tra voi. Lavorare al vostro fianco mi ha arricchito personalmente e professionalmente, insegnandomi preziose lezioni sull&#8217;importanza della solidarietà e della generosità. La vostra dedizione e la vostra compassione sono veramente ispiratrici e hanno un impatto tangibile sulle vite di tante persone.<br>Per concludere, voglio esprimere la mia profonda stima per il vostro lavoro e il vostro impegno incessante nel promuovere il benessere della comunità. Vi sono grato per l&#8217;esperienza preziosa che ho avuto e resto a disposizione per supportare la vostra causa in qualsiasi modo possibile nel futuro. Per il momento, applicherò i vostri insegnamenti nella mia carriera da medico del Bronx.<br>Con affetto,<br>Dr. Valentino Clemente</p>
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		<title>Come il lavoro cambia la vita: la storia di John</title>
		<link>https://fondazionenervopasini.it/come-il-lavoro-cambia-la-vita-la-storia-di-john/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[CEP]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 May 2024 09:22:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie di vita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra i diversi tasselli che compongono il mosaico dell’inclusione, il lavoro ha un ruolo fondamentale. Sono molti gli ospiti delle Cucine Economiche Popolari che chiedono una mano per avere un’occupazione, ma la domanda richiede una risposta complessa. La direttrice suor Albina Zandonà ha quindi pensato di avviare un servizio di orientamento al lavoro e di [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Tra i diversi tasselli che compongono il mosaico dell’inclusione, il lavoro ha un ruolo fondamentale. Sono molti gli ospiti delle Cucine Economiche Popolari che chiedono una mano per avere un’occupazione, ma la domanda richiede una risposta complessa. La direttrice suor Albina Zandonà ha quindi pensato di avviare un servizio di orientamento al lavoro e di affidarlo a Davide Rampazzo, operatore delle Cep. Anche questo progetto è sostenuto dai fondi dell’8 per mille, che la diocesi destina alle Cucine. «Circa un anno fa suor Albina mi ha chiesto di occuparmi del lavoro, per vedere se era possibile dare delle risposte ad una domanda che affiora spesso tra gli ospiti», spiega Davide. «Così ci siamo detti: proviamo! E ho seguito un corso al Centro per l’Impiego per capire come funziona».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da allora, quando arrivano le persone interessate, Davide chiede loro il curriculum, il permesso di soggiorno, il codice fiscale e un documento di identità per sapere dove hanno la residenza, se ne hanno una, altrimenti per individuare un recapito. Il tutto viene poi inviato al Centro per l’Impiego, che fissa un appuntamento. Di solito poi viene proposto un corso di formazione, finanziato con il Fondo sociale europeo, come magazziniere, saldatore, impiantista termoidraulico, o per prendere il patentino per guidare il muletto. A questo punto intervengono le agenzie interinali che prendono in carico la persona e si occupano di cercare il lavoro. Da un paio di mesi è nata una collaborazione con l’associazione Popoli insieme, che ha diversi contatti con cooperative e ditte finalizzati anche all’occupazione e che fornisce un supporto anche per la gestione dei documenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Detta così, sembra quasi semplice, ma la realtà è più complessa. «Il mondo del lavoro chiede operai, ma li chiede già formati – sottolinea Davide – quindi la formazione è il primo passo. Le persone sono contente perché sono impegnate, ma a volte fanno un po’ fatica a seguire i corsi, a prestare attenzione, in certi casi anche a rimanere seduti per ore. Qualcuno ha bisogno di essere seguito, spronato un po’. E se si perde, cerco di capire dov’è successo. È necessario mantenere una relazione. Abbiamo a che fare con le situazioni più diverse».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per ciascuno, una risposta diverse. John ad esempio è stato seguito da Forema, che lo ha formato ed accompagnato allo stage, prendendolo in carico fino a inserirlo nel mondo del lavoro. Un altro ospite delle Cucine, italiano, ha sottoscritto il Patto di servizio al Centro per l’Impiego e attraverso la Did (Dichiarazione di immediata disponibilità) ha mandato il curriculum a diverse aziende e a maggio ha cominciato a lavorare per una ditta di Padova dove guiderà il muletto. C’è chi ha bisogno di lavorare, ma è senza fissa dimora. «Per chi dorme fuori è un problema – osserva l’operatore – Abbiamo chiesto ai servizi sociali del Comune di darci una mano e quando uno ha un posto dormire arriva al lavoro o al colloquio riposato, pulito e in ordine, così è più facile. Bisogna lavorare su più fronti e mantenere una relazione. Non adagiarsi e non arrendersi».</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Se hai il cuore pulito e le mani pulite, puoi cadere, ma ti rialzi». Sta tutta in questa frase apparentemente semplice la storia di John. In Italia da più di trent’anni, la maggior parte dei quali passati con un lavoro, una casa, una vita tranquilla, ha cominciato a frequentare le Cucine Economiche Popolari lo scorso agosto. «Lavoravo, stavo bene, poi ho avuto problemi di famiglia e sono rimasto a terra. Ero molto in difficoltà e sono venuto alle Cucine. E qui mi hanno ritaro su, mi hanno dato coraggio, mi hanno fatto sentire: “tu vivi e vali come persona”. Adesso sto lavorando come magazziniere, a Vigonza, per una cooperativa. Ho trovato questo lavoro tramite le Cucine. Hanno fatto tutto loro. Prima ho fatto un corso con Forema (l’ente di formazione di Confindustria, n.d.r.). Dopo il corso, durato quasi quattro mesi, sono stato inserito come stagista. Ora lavoro 7 ore e mezza al giorno».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo dice con la soddisfazione di chi ha temuto di non farcela. «Non ho ancora 50 anni e sono in Italia da una trentina. Vengo dalla Nigeria. Sono innamorato dell’Italia. Mi piace Padova. Ho fatto tanti lavori. Facchinaggio, montaggio e magazziniere. Pulizie. Poi sono arrivato qua, come un uomo che ha perso tutto, soprattutto la fiducia in se stesso. Un uomo disperato. Ma non ho chiesto mai niente. Non ho preteso niente. E loro mi hanno detto “tirati su”. Mi hanno lavato, mi hanno dati i vestiti puliti e buon cibo. Io ho mangiato qui come a casa di mia madre. Mi hanno abbracciato come un figlio. Mi hanno dato un futuro. Mi hanno fatto sentire di nuovo vivo. Se mi avessi visto qualche mese fa… non mi avresti riconosciuto. Credo di non essere stato il solo. L’ho visto fare anche ad altre persone. Ti fanno capire: tu sei una persona e devi andare avanti nella vita. Loro sanno come tirare su le persone».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Loro chi? «Tutto l’ambiente. Suor Albina, i compagni di lavoro, tutti mi hanno dato una mano. Mi hanno fatto sentire che ho ancora un futuro da vivere. E non ci sono discriminazioni. Trattano tutti allo stesso modo».</p>



<p class="wp-block-paragraph">E’ vissuto sempre a Padova? «Sempre».</p>



<p class="wp-block-paragraph">E a Padova ci sono discriminazioni? «Ci sono qui come in ogni Paese. L’importante è trovare le persone che capiscono com’è la vita. Se trovi quelle, tu cammini. Non dimentico mai chi mi ha fatto del bene. Loro sono un simbolo per me, che rimarrà nel mio cuore, finché muoio».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Madina Fabretto</p>



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		<title>Vieni e vedi: la testimonianza di Sandro</title>
		<link>https://fondazionenervopasini.it/vieni-e-vedi-la-testimonianza-di-sandro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[CEP]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Apr 2024 08:55:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie di vita]]></category>
		<category><![CDATA[Ultime Notizie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Me ne aveva parlato un’amica di volontariato alle Cucine Economiche Popolari, che conoscevo più che altro come mensa dei poveri. Incuriosito guardo il sito web e scopro che in realtà questa fondazione oltre alle cucine offre molti altri servizi rivolti a persone in difficoltà senza distinzione di nazionalità, sesso e fede religiosa: distribuzione di vestiti, [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Me ne aveva parlato un’amica di volontariato alle Cucine Economiche Popolari, che conoscevo più che altro come mensa dei poveri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Incuriosito guardo il sito web e scopro che in realtà questa fondazione oltre alle cucine offre molti altri servizi rivolti a persone in difficoltà senza distinzione di nazionalità, sesso e fede religiosa: distribuzione di vestiti, servizio doccia, consulenza legale e che tra gli altri è attivo un ambulatorio medico infermieristico polispecialistico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ho pensato che forse uno specialista in ortopedia poteva essere utile, quindi cerco un contatto sul sito: “VIENI E VEDI” c’è la possibilità di visitare le Cucine, conoscere i suoi Servizi, il personale ed i volontari, basta prenotarsi!!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Luca molto gentilmente mi prenota per la visita: “vieni e vedi se ti può interessare&#8221; mi dice al telefono, con molta semplicità. Ho subito pensato che valeva la pena di andare e vedere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi ritrovo così una fredda sera di gennaio, in compagnia di un gruppone chiassoso di giovani scout, a visitare le cucine, a conoscere i tanti servizi che svolgono con grande passione e umiltà, conosco suor Albina, Luca, Matteo e molti volontari che mi contagiano subito con il loro pacato entusiasmo e un grande senso di servizio per gli altri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È passato più di un anno e da allora faccio il medico volontario nell’ambulatorio delle Cucine, insieme a molti altri colleghi e infermieri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sono arrivato quasi per caso, ma forse non è stato solo il caso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sandro Facchinelli</p>
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		<item>
		<title>Affacciarsi dalla finestra dopo aver toccato il fondo. E respirare. La storia di Alberto</title>
		<link>https://fondazionenervopasini.it/affacciarsi-dalla-finestra-dopo-aver-toccato-il-fondo-e-respirare-la-storia-di-alberto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[CEP]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Feb 2024 08:32:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie di vita]]></category>
		<category><![CDATA[Ultime Notizie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alberto ha l’accento garbato di uno che viene da “giù”, ma da 44 anni vive “su”, a causa di un litigio coi suoi. Prima corniciaio, poi ha perso tutto e ha frequentato l’asilo notturno e le Cucine. Ora, però, vive in una casa popolare, da solo, dopo aver dormito in stanze da sei Alle Cucine [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Alberto ha l’accento garbato di uno che viene da “giù”, ma da 44 anni vive “su”, a causa di un litigio coi suoi. Prima corniciaio, poi ha perso tutto e ha frequentato l’asilo notturno e le Cucine. Ora, però, vive in una casa popolare, da solo, dopo aver dormito in stanze da sei</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alle Cucine Economiche Popolari Alberto è di casa, ma ci va giusto per salutare gli amici. «Pensa che non riuscivo più a trovare la tessera», dice entrando, a un operatore. «Meglio così», sorride quello. A Padova ci arrivò per caso, a vent’anni, dopo una banale lite coi genitori che sarebbe potuta tranquillamente rientrare, se non fosse che si ambientò subito, con facilità. Era quel che si dice un ragazzo di buona famiglia. «Trovai lavoro come corniciaio. Mi piaceva. Immediatamente dopo trovai casa. Un appartamento piuttosto grande, che condividevo con altre due persone. Eppure all’epoca era molto difficile trovare casa, forse addirittura più di adesso, perché c’era il blocco degli affitti», spiega con un accento molto garbato, unica eredità della sua terra d’origine, che definisce “giù”, in contrapposizione a questo “su”, dove vive ormai da 44 anni. <strong>Non proprio facili…</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«In quella grande casa rimasi per dodici anni, anche dopo che gli altri, uno per volta, se n’erano andati. Se ne andò anche il lavoro come corniciaio, perché il proprietario dovette chiudere per problemi personali. Così mi mise a fare il barista e dopo il cameriere. Non era un lavoro che mi piaceva, ma mi dava da vivere. Poi non so cosa dirti. Persa la casa, sono tornato giù per un breve periodo, ma tutto era cambiato e anch’io lo ero. Non era più il mio ambiente. E sono tornato su. Ma era difficile trovare lavoro. Veramente, se proprio avessi voluto, credo che l’avrei trovato. Ma è andato tutto storto. Si sono accumulate tante cose, la storia con una ragazza finita male&#8230; Mi sono lasciato andare. E sono finito al Torresino».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>“Il Torresino” è come i frequentatori abituali chiamano l’asilo notturno comunale. Per quanto tempo lo frequentò?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Ci rimasi quindici anni. L’asilo è qualcosa di strano, perché ci trovi tanta brava gente e i delinquenti più incalliti, ma non riesci a distinguerli subito. Ti ci vuole del tempo. È una butta situazione. Ti fa sentire perso. Non hai privacy. Non puoi posare nulla perché sparisce. Puoi capitare in una camera con bravissime persone, ma poi la gente cambia. Va e viene, anche se qualcuno ci rimane incastrato, anche per trent’anni».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Cosa le è mancato di più?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Forse un briciolo di fiducia. Qualcuno che ti dia fiducia come persona, così magari riesci a uscirne prima».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>È in quel periodo che ha frequentato le Cucine?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Quando dormivo al Torresino venivo a mangiare qui, dove tutto è diverso. Coi ragazzi, ci scherzi, ci ridi. Con tutti quanti. Ti senti in famiglia, avverti un senso di amicizia. Ora prendo il reddito di cittadinanza, quindi non ci vengo a mangiare, ma ho mantenuto dei rapporti splendidi, e ogni tanto passo a salutare. Per me hanno fatto molto. A volte basta una parola. Anche non un vero e proprio incoraggiamento. Basta sentirsi dire: ciao, come stai? Ed è qualcosa che ti fa sentire vivo».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ma qual è stata la molla del cambiamento? Il reddito di cittadinanza?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Non tanto quello, perché quando ho iniziato a riceverlo stavo ancora al Torresino. Ma quando invece è arrivata la casa… Sto in una casa popolare. È un posto che mi piace molto perché affaccia sul parco delle mura e la mattina quando apro la finestra ho questa bella vista. Prendo 550 euro al mese: ci pago casa, luce, gas e ci compro da mangiare. Riesco a viverci. Faccio piccole economie. Risparmio sulle sigarette perché me le faccio da solo. Ti inventi tante cose per poter risparmiare. Cucino a casa. Ho fatto anche il cuoco, ma non sono un granché. Oggi ho fatto il bollito. Il lesso non mi è mai piaciuto, ma ci farò lo spezzatino. Di quello che compro, è difficile che butti qualcosa. Poi non ho chissà quali esigenze».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Alberto prende il cellulare per mostrarmi la foto della sua nuova cucina. Bella, pulitissima e ordinata.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«L’ho comprata di seconda mano, rispondendo ad un annuncio on-line. Una cucina del ’74. Tenuta benissimo. I ragazzi della Comunità di Sant’Egidio mi hanno aiutato a portarla a casa. Anche con loro ho un ottimo rapporto».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Vive solo?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Sì, così riesco a respirare. Sembrerà strano, ma la solitudine a volte fa piacere. Specialmente quando hai dormito per anni in stanze da sei».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Madina Fabretto</p>
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		<title>Ugo: volontario alle Cep</title>
		<link>https://fondazionenervopasini.it/ugo-volontario-alle-cep/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[CEP]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Nov 2023 11:55:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie di vita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un fisico asciutto e nervoso. Due occhi profondi e inquieti, del colore del cielo in certe mattine invernali. Ugo Palamidessi è approdato alle Cucine Economiche Popolari dopo un percorso di vita non proprio semplice per svolgere un Puc come percettore di reddito di cittadinanza. «Mi ha telefonato l’assistente sociale per propormi questo progetto. Sono venuto [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Un fisico asciutto e nervoso. Due occhi profondi e inquieti, del colore del cielo in certe mattine invernali. Ugo Palamidessi è approdato alle Cucine Economiche Popolari dopo un percorso di vita non proprio semplice per svolgere un Puc come percettore di reddito di cittadinanza. «Mi ha telefonato l’assistente sociale per propormi questo progetto. Sono venuto per un colloquio, con suor Albina, due assistenti sociali e uno della cooperativa. Mi hanno spiegato come funzionano le cose, che tipo di lavoro avrei dovuto fare. Ero molto motivato perché da un po’ di tempo ero a casa. Cercavo lavoro, provavo in tutti i modi, ma non mi si apriva nessuna porta e alla fine mi stavo scoraggiando, anche perché il reddito viene dalle persone che pagano le tasse e non è giusto stare a casa. Dopo un paio di giorni dal colloquio mi hanno chiamato per dirmi che avevano accettato la mia proposta».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Conoscevi già le Cucine Economiche Popolari?</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Sono nato poco lontano da qui, a San Bellino, quindi le conoscevo fin da quando c’era suor Lia e ci passavo davanti tornando dal lavoro. Le vedevo dall’esterno. Mi ero sono fatto un’idea, ovviamente non bella, ma positiva perché vedevo la gente che veniva aiutata. Ho avuto delle esperienze che mi hanno messo in contatto con il disagio. A vent’anni avevo già perso mio padre e mia madre. Adesso questa realtà la vedo dal di dentro, mettendomi in gioco, partecipando».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come è cambiata la tua vita?</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Ero caduto in una sorta di apatia, perché non trovavo lavoro e non avevo nemmeno il motivo per uscire di casa. Questa per me è stata una rampa di lancio. Vivo da solo con due cani, Lampo e Cris. Due amstaff. Sono loro che mi fanno compagnia. Non ho mai trovato la donna giusta. Forse è meglio così, ma nella mia vita c’è un vuoto, anche perché l’affettività, se ti manca a vent’anni, e ti manca, la cerchi in qualcuno e io l’ho cercata spesso nelle persone sbagliate. Ho due sorelle e sono zio di due nipotine e questo ruolo per me è una fonte di grande soddisfazione. Con le mie sorelle vado d’accordissimo, adesso, perché non sempre hanno condiviso le mie scelte. Ora mi vedono diverso da prima, quando non facevo nulla né per me né per gli altri».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che lavoro hai fatto in passato?</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Ho fatto il fabbro, il muratore, il carpentiere, il magazziniere. Appena sono uscito dalle medie sono entrato in fabbrica. Mettevo i due terzi in casa. Una volta si faceva così, per contribuire al mantenimento della famiglia. Poi ho lavorato un periodo con mio papà, però non andavamo d’accordo. E’ sempre stato un uomo di carattere. Forte. Sono cresciuto con un’educazione tosta perché usava il bastone e la cinghia. O ti mandava a letto senza mangiare. Era molto rigido. Ci siamo allontanati. È come una sfida. C’è chi si rivolta, io invece lo sfidavo. E’ come fanno i cani, due maschi dominanti. Prima o poi qualcuno si fa male ed è sempre il più debole. Mia madre invece era un angelo. Prendeva le difese di tutti anche quando stava già male. Faceva l’infermiera. È morta a 52 anni e mio papà a 53. Io sono ancora qua. Devo avere un angelo custode che mi protegge».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui alle Cucine cosa fai?</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Faccio il jolly, dalle pulizie alla cucina, lavo i piatti, il pavimento, curo le piante, uso il flessibile. Non mi hanno cambiato economicamente. Il lavoro lo sto ancora cercandolo, ma non è facile. Cercano ragazzi giovani, o persone con titoli di studio. Io ho la terza media, non ho competenze informatiche e non ho la patente. Ma sono in grado di fare parecchi lavori, anche per quello che ho fatto in passato. Ho sempre “la ruota di scorta”. Sono ingegnoso. Anche qui, se c’è qualche problema, mi ingegno per sistemare le cose. È bello perché ti senti ancora più partecipe. Mi dà un senso. Ora c’è qualcosa che mi dà uno stimolo, una motivazione. Mi sono sentito accolto, tantissimo. Anche se suor Albina ogni tanto mi provoca, però lo fa con il sorriso. Mi brontola, dice che parlo sempre. All’inizio ero un pesce fuor d’acqua poi piano piano mi sono lasciato andare. Ho cercato di aggiungere sempre qualcosa di più, perché so che posso dare tanto. Anche se non è sempre facile. C’è tutto il mondo, ci sono persone in difficoltà e vorresti fare di più. Sai che è difficile perché ci sei passato anche tu in certe situazioni. Io ringrazio sempre che ho avuto delle sorelle. Qui c’è chi non ha nessuno. Ma riesco a nascondere i miei pensieri ridendo e scherzando. Nel lavoro, comunicare è la cosa più bella. E’ come la musica. Fa bene».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Madina Fabretto</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img decoding="async" width="940" height="788" src="https://fondazionenervopasini.it/wp-content/uploads/2023/11/230929_ugo-orizzontale.png" alt="" class="wp-image-5493" style="width:316px;height:auto" srcset="https://fondazionenervopasini.it/wp-content/uploads/2023/11/230929_ugo-orizzontale.png 940w, https://fondazionenervopasini.it/wp-content/uploads/2023/11/230929_ugo-orizzontale-600x503.png 600w, https://fondazionenervopasini.it/wp-content/uploads/2023/11/230929_ugo-orizzontale-300x251.png 300w, https://fondazionenervopasini.it/wp-content/uploads/2023/11/230929_ugo-orizzontale-768x644.png 768w" sizes="(max-width: 940px) 100vw, 940px" /></figure>
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		<title>Benvenuta suor Annamaria</title>
		<link>https://fondazionenervopasini.it/benvenuta-suor-annamaria/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[CEP]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Oct 2023 09:03:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie di vita]]></category>
		<category><![CDATA[Ultime Notizie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Suor Annamaria ha celebrato la prima professione dei voti temporanei lo scorso 17 settembre e dal mese di ottobre è entrata a far parte delle Comunità di Suore Terziarie Francescane Elisabettine delle Cucine Economiche Popolari. Suor Annamaria presterà servizio presso l’opera che da più di 140 si prende cura delle persone più fragili. Qui sotto [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://fondazionenervopasini.it/benvenuta-suor-annamaria/">Benvenuta suor Annamaria</a> proviene da <a href="https://fondazionenervopasini.it">Fondazione Nervo Pasini | Cucine Economiche Popolari</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Suor Annamaria ha celebrato la prima professione dei voti temporanei lo scorso 17 settembre e dal mese di ottobre è entrata a far parte delle Comunità di Suore Terziarie Francescane Elisabettine delle Cucine Economiche Popolari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Suor Annamaria presterà servizio presso l’opera che da più di 140 si prende cura delle persone più fragili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui sotto riportiamo uno scritto di Sr Annamaria tratto dal blog <a href="http://evocate.it/2023/10/26/un-incontro/">“evocate”</a></p>



<p class="wp-block-paragraph">All’origine di ogni relazione d’amore c’è un incontro il cui ricordo resta indelebile nella mente e nel cuore. Il crocifisso di san Damiano che indosso dal giorno della mia prima professione religiosa mi riporta proprio al momento in cui veramente mi sono lasciata incontrare dal Signore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono sempre stata una ragazza molto presente e attiva in parrocchia. Il mio essere e vivere da cristiana però era legato più al fare o “non fare”, frutto di una relazione un po’ superficiale con il Signore. Avevo sentito parlare di un Dio che è Padre, che ama, ma non ne avevo fatto esperienza diretta. In realtà ne avevo timore e restavo a distanza. Un giorno però il Signore si è fermato a casa mia, in occasione di una missione popolare francescana, e allora ho scelto di fermarmi anche io con lui. Un po’ spinta dal senso del dovere, ma in fondo mossa anche da una certa curiosità. È stata l’occasione per scendere in profondità e fare esperienza dell’essenziale. Per una settimana intera l’immagine del crocifisso di san Damiano è stata esposta nella mia chiesa parrocchiale, spesso mi sono trovata a guardare Cristo su quella croce, a contemplarlo. Nel suo sguardo ho trovato l’amore che cercavo da tempo ed ho scoperto che anche lui mi stava aspettando. Mi sono sentita amata così come ero, soprattutto in quelle debolezze che tanto mi pesavano. La mia sete di pienezza e di senso aveva trovato finalmente la sorgente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo incontro ha dato un nuovo senso alla mia vita di giovane cristiana, ne è diventato il fondamento e il motore. Custodivo il desiderio di crescere nella relazione con il Signore, di gustarne la bellezza e di annunciarla. Come? Dove? Nei tempi e nei luoghi della mia quotidianità! Allo studio, alle relazioni, ai vari impegni, si affiancava la preghiera, l’ascolto della Parola, la condivisione con altri giovani di esperienze di servizio e fraternità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Proprio in questa quotidianità è sorta in me una domanda: Cosa desidera il Signore per la mia vita? Qual è la mia vocazione?</p>



<p class="wp-block-paragraph">In un primo momento sono fuggita da questi interrogativi. Intuivo che il Signore mi chiedeva un di più ma avevo il timore di sbagliarmi e non ero pronta ad affrontare un cammino di discernimento vocazionale in libertà, consapevolezza e serenità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Signore è stato paziente. Ha posto sul mio cammino tante occasioni di crescita spirituale e umana e, soprattutto, ha custodito nel mio cuore quelle domande e il desiderio di trovare delle risposte. Ero quasi giunta al termine del percorso universitario quando ho avvertito il bisogno di fare chiarezza nella mia vita: ero soddisfatta, contenta, ma mancava qualcosa. Dovevo affrontare quel discernimento che avevo fuggito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ho scoperto per caso l’esistenza del gruppo Porziuncola, organizzato dalle suore elisabettine in collaborazione con i frati del Santo, e ho scelto di partecipare. Per me è stata una preziosa opportunità: sono stata accompagnata nel discernimento della mia vocazione e ho condiviso quest’esperienza con altri giovani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ho ricevuto tanti strumenti per mettermi in ascolto del Signore, imparare a riconoscerlo presente in ogni aspetto della mia vita e a dedicargli spazi e tempi. Ho potuto riguardare alla mia vita e accogliere con amore e rispetto la mia storia personale. Sono stata in ascolto di diverse testimonianze vocazionali, lasciandomi interrogare da esse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ho incontrato concretamente il carisma elisabettino grazie alle suore che ci hanno accolti e accompagnati nel cammino. Ammiravo in loro la gioia di essere totalmente donate al Signore, vivendo una fraternità sincera, semplice e mettendosi al servizio del prossimo con gratuità. Inoltre il carisma francescano mi aveva da sempre affascinata. È ritornata così la domanda: e se il Signore stesse chiedendo anche a me tutto ciò?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non mi sono lasciata vincere dalla paura, anzi ho scelto di fidarmi e rispondere all’invito che sentivo per me: “Vieni e vedi”. Ho continuato il cammino di discernimento per conoscere più da vicino la famiglia elisabettina. Ho scoperto che l’esperienza vissuta dalla beata Elisabetta Vendramini, di sentirsi figlia prediletta e amata dal Signore, era la stessa esperienza che aveva dato una svolta alla mia vita e che tuttora la sostiene ed anima. Mi sentivo chiamata a farmi annunciatrice di ciò. Così, fidandomi del Signore, pastore buono che mi aveva chiamata per nome, mi aveva guidata fuori dai miei recinti, verso la pienezza, ho scelto di cominciare il cammino formativo, entrando in postulato. Durante quel tempo, attraverso la preghiera, il servizio e la vita comunitaria, ho maturato in me la consapevolezza che nel Signore è la mia via, verità e vita, così ho chiesto di essere ammessa in noviziato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo tempo, detto della prova, mi sono sperimentata nel vivere una vita obbediente, povera, casta, fraterna, in uno stile francescano; una vita il cui centro è la relazione con Signore, fondamento di ogni altra relazione e servizio. Ho fatto esperienza del centuplo che Dio promette a chi lascia tutto per seguirlo, ho visto la mia vita fiorire e così ho compreso che il Signore mi ha scelta e desiderata proprio in questa famiglia elisabettina affinché viva in pienezza e porti frutto, per il mio bene e quello dei fratelli. Sostenuta da questo discernimento il 17 settembre 2023 ho professato i voti temporanei, con il desiderio di rimanere nell’amore di Cristo perché è in lui la sorgente della mia vita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Davanti a me si apre un cammino tutto da scoprire, ripongo la mia fiducia nel Signore, certa che non resterò delusa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche tu prova a fidarti e vedrai compiersi meraviglie.</p>



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		<title>L&#8217;orto delle CEP: intervista a Guglielmo</title>
		<link>https://fondazionenervopasini.it/lorto-delle-cep-intervista-a-guglielmo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[CEP]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Sep 2023 15:26:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie di vita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Qualche volta la vita ti offre l’opportunità di chiudere un cerchio, tornando su luoghi che ti erano cari, riscoprendo cose che avevi imparato da bambino, e prendendo spunto da tutto questo per un nuovo inizio. A Guglielmo Febo questa opportunità si è presentata sotto forma di orto, uno degli orti urbani nel Giardino Milcovich presi [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Qualche volta la vita ti offre l’opportunità di chiudere un cerchio, tornando su luoghi che ti erano cari, riscoprendo cose che avevi imparato da bambino, e prendendo spunto da tutto questo per un nuovo inizio. A Guglielmo Febo questa opportunità si è presentata sotto forma di orto, uno degli orti urbani nel Giardino Milcovich presi in concessione dalle Cucine Economiche Popolari. Tutto è cominciato un paio di anni fa, quando suor Albina Zandonà, direttrice delle Cep, gli ha chiesto: “Guglielmo, ti vuoi offrire volontario per il progetto dell’orto?”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«E io ho detto subito di sì. Mi ha fatto piacere che suor Albina abbia offerto a me questa opportunità, anche perché al parco Milcovich ci sono cresciuto. Quando sono venuto a vivere a Padova abitavo lì vicino. Ci giocavo a pallone, ci ho conosciuto delle persone che ora ho ritrovato. I prodotti che coltiviamo arrivano qui alle Cucine e mi piace pensare che do un contributo concreto a quanto viene offerto alla mensa».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ma come mai suor Albina si è rivolta a te?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Non avevo mai fatto questo mestiere, ma quando ero ragazzo mia nonna aveva l’orto, sulle montagne &nbsp;siciliane. Lì tutti avevano un orto. Mi portava con sé e io ne ero felice perché mi piaceva stare in montagna. Si raccoglievano le nocciole, le castagne quando era il tempo, si accudivano gli animali, che ho sempre amato. Stavo con la capra, davo da mangiare ai conigli, alle galline, al maiale. Quell’arco della mia vita è stato tranquillo. Quello che so sulla coltivazione degli ortaggi, me lo ha insegnato mia nonna e l’ho messo a disposizione delle Cucine. Ho piantato i prodotti che conosco, che so come trattare».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ma come sei arrivato alle Cucine?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Le frequentavo per trovare un momento di socializzazione. Suor Albina si accorse che stavo attraversando un periodo difficile, mi si avvicinò e disse: “Guglielmo, che cosa ti serve?”, e io glielo spiegai, anche se non sono una persona che esterna facilmente il suo malessere. Ma lei cerca di capire le persone e cosa può fare per loro».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E cosa ti serviva?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Innanzitutto non sono una persona materialista e mi accontento di poco. Sono alla costante ricerca della mia dimensione, leggo molto e rifletto su quello che leggo e che vedo. Questo mi ha portato a liberarmi del superfluo, di quello che alcuni considerano la normalità. Ho accumulato un sacco di appunti. Quando scrivo non penso mai a qualcosa che mi debba appartenere, ma a qualcosa che possa appartenere ad altri. Ogni tanto ho queste nuvole dentro che devono uscire e fare acquazzone».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E allora cosa fai?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Ad esempio una volta ho avuto un’idea. All’orto ogni tanto qualcuno di dice: “Guglielmo, ho qualcosa in esubero, la vuoi?”. Allora ho pensato, all’orto c’è una capanna, con un tettoia e un tavolo in legno con due panche. Ho preso la cesta e l’ho messa sul tavolo, con un cartello che dice: “Ciao amici ortolani, io sono Cesta e sono una volontaria delle Cucine Economiche Popolari. Mi trovo qui senza pretese, ma se qualcuno di voi ha in esubero ortaggi o erbe aromatiche, sono qui per dare un piccolo conforto a chi versa in stato di indigenza. Per cui mi affido alla vostra sensibilità. Grazie a tutti”. E la gente ci mette la roba dentro. La frase l’ho scritta io».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Come organizzi il tuo impegno all’orto?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Nel primo periodo ho dovuto perderci più tempo. Dovevo preparare il terreno, comprare le piantine, che all’inizio hanno più bisogno di cura perché sono piccole. Ora che le piante sono cresciute e stiamo raccogliendo i frutti, non vado più tutte le mattine, perché lavoro, ma come minimo ogni due giorni. C’è sempre da legare il pomodoro più alto, da dare una spuntatina a una pianta, da smuovere un po’ il terreno, per permettere all’acqua di incanalarsi. Ho un mio programma. Vado a fare pulizie delle erbacce il sabato e la domenica, vedo se c’è da raccogliere qualcosa, faccio una chiacchierata con qualche ortolano. Il capo-orto è siciliano come me e cerco di carpire qualche segreto».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E riesci a conciliare questo impegno con il lavoro?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Sto lavorando per una cooperativa sociale. Sul posto di lavoro sono contenti di quello che faccio, sia dal punto di vista lavorativo che relazionale, quindi sono contento anch’io. Ma c’è stato un periodo in cui non stavo bene. Ero apatico. Mi sono detto, devo uscire da questo torpore atarassico. Mi sono detto: io voglio lavorare. Sapendo che potevo anche contare nell’orto, mi sono detto: ripartiamo. Si dice che la vita inizi a cinquant’anni. Io ricomincio da qua».</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://fondazionenervopasini.it/wp-content/uploads/2023/09/photo_2023-09-21_17-15-08-febo.jpg" alt="" class="wp-image-5365" style="width:525px;height:340px" width="525" height="340" srcset="https://fondazionenervopasini.it/wp-content/uploads/2023/09/photo_2023-09-21_17-15-08-febo.jpg 978w, https://fondazionenervopasini.it/wp-content/uploads/2023/09/photo_2023-09-21_17-15-08-febo-600x389.jpg 600w, https://fondazionenervopasini.it/wp-content/uploads/2023/09/photo_2023-09-21_17-15-08-febo-300x194.jpg 300w, https://fondazionenervopasini.it/wp-content/uploads/2023/09/photo_2023-09-21_17-15-08-febo-768x498.jpg 768w" sizes="(max-width: 525px) 100vw, 525px" /><figcaption class="wp-element-caption">Guglielmo Febo </figcaption></figure>



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		<title>PCTO alle CEP: esperienza che vi cambierà in meglio</title>
		<link>https://fondazionenervopasini.it/pcto-alle-cep-esperienza-che-vi-cambiera-in-meglio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[CEP]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Jul 2023 06:37:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie di vita]]></category>
		<category><![CDATA[Ultime Notizie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ciao, siamo un gruppo di ragazzi provenienti da diversi istituti della provincia di Padova e oggi volevamo condividere con voi un&#8217;esperienza che abbiamo fatto come “volontari” alle cucine popolari della città di Padova. È stata un&#8217;esperienza incredibile e straordinaria che ci ha cambiato profondamente e ci ha insegnato tanto sulla solidarietà e l&#8217;importanza di aiutare [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Ciao, siamo un gruppo di ragazzi provenienti da diversi istituti della provincia di Padova e oggi volevamo condividere con voi un&#8217;esperienza che abbiamo fatto come “volontari” alle cucine popolari della città di Padova. È stata un&#8217;esperienza incredibile e straordinaria che ci ha cambiato profondamente e ci ha insegnato tanto sulla solidarietà e l&#8217;importanza di aiutare chi è meno fortunato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Inizialmente, ci siamo avvicinati a questa iniziativa con un po&#8217; di incertezza e curiosità, senza sapere esattamente cosa aspettarci. Tuttavia, fin dal primo giorno in cui abbiamo varcato la soglia delle cucine popolari, abbiamo sentito un calore accogliente e un senso di comunità che ci ha fatto sentire parte di qualcosa di veramente speciale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le cucine popolari di Padova sono un luogo unico in cui volontari e persone in difficoltà si incontrano per condividere un pasto, uno spazio di incontro in cui le differenze sociali svaniscono e dove tutti possono sentirsi accettati e valorizzati. Ogni giorno, insieme agli altri volontari, abbiamo aiutato a servire cibo sano e nutriente a persone che, per vari motivi, si trovano in una situazione di vulnerabilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il momento più gratificante di questa esperienza, secondo noi, è stato vedere il sorriso e la gratitudine negli occhi di chi veniva a mangiare. In quelle persone abbiamo incontrato storie di vita incredibili e abbiamo imparato a guardare il mondo con occhi diversi. Il volontariato va ben oltre la semplice azione di dare: è un&#8217;opportunità per imparare, crescere e riconoscere la nostra fortuna nel poter aiutare gli altri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Essere parte delle cucine popolari ci ha insegnato l&#8217;importanza della collaborazione e della compassione. Abbiamo avuto modo di lavorare fianco a fianco con persone diverse, provenienti da background diversi, ma unite da un unico obiettivo: aiutare chi è in difficoltà. Questa esperienza ci ha fatto capire quanto sia essenziale avere una comunità solidale, pronta a tendere una mano a chi ne ha bisogno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se state cercando un&#8217;esperienza significativa e gratificante, vi incoraggiamo vivamente a considerare il volontariato alle cucine popolari della vostra città. Ogni contributo, anche il più piccolo, fa una differenza enorme nella vita di chi è meno fortunato. Non solo aiuterete gli altri, ma scoprirete anche un nuovo mondo di empatia e connessione umana che vi ispirerà e vi cambierà per sempre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il volontariato alle cucine popolari è molto più di un semplice atto di benevolenza: è un passo verso una società più equa e solidale, dove l&#8217;inclusione e la condivisione sono alla base del progresso. Vi assicuriamo che non ve ne pentirete, e troverete una gratificazione che va ben oltre ogni aspettativa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Provateci, mettetevi in gioco, e sarete sorpresi di quanto questa esperienza vi cambierà in meglio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Agostino, Davide, Giovanni, Pavel, Pietro</p>



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		<title>Tirocini medici alle CEP: la testimonianza di Rebecca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[CEP]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Jun 2023 06:50:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie di vita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sono Rebecca, una studentessa di medicina del 5° anno, presso l’Università di Padova. Da qualche mese ho avuto la possibilità di entrare a far parte del piccolo ma grande mondo delle Cucine Economiche Popolari, iniziando a frequentare gli ambulatori CEP con l’idea di poter affiancare i medici in una struttura diversa dall’ospedale, dove noi studenti [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Sono Rebecca, una studentessa di medicina del 5° anno, presso l’Università di Padova. Da qualche mese ho avuto la possibilità di entrare a far parte del piccolo ma grande mondo delle Cucine Economiche Popolari, iniziando a frequentare gli ambulatori CEP con l’idea di poter affiancare i medici in una struttura diversa dall’ospedale, dove noi studenti di medicina facciamo abitualmente tirocinio.<br>Talvolta si pensa che il lavoro del medico sia relegato quasi prettamente in una struttura medica ospedaliera, privata o pubblica che sia, per quanto le piccole realtà ambulatoriali siano un centro di riferimento importante per la popolazione. In quest’ottica, credo dunque che il lavoro eseguito dallo staff delle CEP abbia un valore aggiunto, emergendo come punto di riferimento per una realtà importante, ma probabilmente sottostimata, di persone in difficoltà.<br>Durante la mia breve esperienza mi sono interfacciata con tante persone differenti, che portavano in ambulatorio non solo una condizione medica, ma anche storie personali, religioni, origini e bisogni diversi. Ho potuto valutare quanto possa essere difficile arrivare in un nuovo paese e trovarsi in difficoltà anche solo a richiedere assistenza medica, spesso nemmeno in una lingua che si padroneggia. In queste situazioni, ho capito che la prima azione importante da fare sia trovare un linguaggio comune con cui potersi capire, pur magari mettendo assieme uno strano e fantasioso pot-pourri di parole e gesti. Ho compreso quanto la comunicazione sia essenziale, e per questo quanto sia doveroso renderla più universale possibile, talvolta abbandonando anche i tanto amati tecnicismi con cui i medici spesso si esprimono.<br>Non credo dimenticherò più i piccoli dettagli a cui spesso si fa poca attenzione quando si misura la pressione, che però fanno la differenza, o nemmeno le domande mirate per riuscire a diagnosticare quasi prettamente in anamnesi una gastrite da Helicobacter Pylori.<br>Ritengo che sia un ottimo esercizio mentale cimentarsi in casi, spesso anche semplici, in un ambiente comunque con risorse limitate, che non rispecchia invece le possibilità diagnostiche ospedaliere per cui ci formano.<br>Ho affiancato in particolar modo il professor Realdi, che mi ha insegnato come la medicina “della vecchia scuola” sia essenziale per districarsi in ogni situazione, valutando parametro per parametro, dalla pressione agli esami del sangue, spesso senza altre indicazioni o esami diagnostici.<br>Spero pertanto che la mia esperienza possa continuare ancora un po’, permettendomi di entrare nel vivo della pratica medica non solo da ciò che leggo e studio dai libri, ma interfacciandomi con persone sempre nuove.</p>
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