Educazione sanitaria e marginalità: un approccio operativo nelle comunità accoglienti

Parlare di salute nelle situazioni di marginalità significa affrontare un tema che va ben oltre la clinica. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la salute non è solo assenza di malattia, ma uno stato di benessere fisico, mentale e sociale. Per chi vive ai margini – senza casa, in condizioni di precarietà lavorativa o senza reti di sostegno – questo concetto rischia di sembrare astratto. La mancanza di risorse economiche, di stabilità abitativa o di una rete familiare porta spesso a una minore capacità di prendersi cura di sé, di interpretare i segnali del corpo e di accedere ai servizi.

In letteratura questo viene definito basso livello di health literacy: una ridotta capacità di comprendere e utilizzare le informazioni necessarie per prendere decisioni sulla propria salute. Studi recenti mostrano che chi ha una health literacy limitata tende a fare meno prevenzione, a utilizzare male i farmaci e ad accedere in ritardo ai servizi sanitari (Nutbeam, 2008; Sørensen et al., 2015). Per chi vive situazioni di esclusione sociale, queste barriere si amplificano: difficoltà linguistiche, sfiducia nelle istituzioni, esperienze di stigmatizzazione.

Ecco perché l’educazione sanitaria in contesti come le Cucine Economiche Popolari assume un valore strategico: è un tassello essenziale per restituire dignità e autonomia alle persone.

Dall’assistenza alla relazione educativa

Quando una persona entra in ambulatorio alle Cep, spesso porta con sé più di un bisogno sanitario. Non si tratta solo di curare un sintomo, ma di ricostruire fiducia e accompagnare verso una consapevolezza più ampia.
Il lavoro dei medici e degli infermieri volontari si colloca su due piani complementari: rispondere al bisogno immediato, curando una ferita, prescrivendo un farmaco, monitorando una patologia cronica; aprire un percorso educativo, fatto di spiegazioni semplici, di esempi pratici, di incoraggiamento a compiere piccoli passi quotidiani.

Ad esempio, spiegare a un paziente diabetico come gestire l’alimentazione con parole chiare e senza tecnicismi; mostrare a chi soffre di ipertensione l’importanza della continuità terapeutica; insistere, con pazienza, sull’igiene personale come strumento di prevenzione. Non sono nozioni teoriche, ma strumenti di vita quotidiana, che richiedono tempo, ascolto e ripetizione.

Strategie operative per l’educazione sanitaria

Dall’esperienza delle Cep e dalle migliori pratiche internazionali emergono alcune linee guida concrete per chi lavora con persone in condizione di fragilità:

  • semplificare il linguaggio: evitare tecnicismi, usare parole comuni, ricorrere a immagini o esempi quotidiani. Una “pressione alta” si spiega meglio dicendo che il cuore “lavora troppo” che non parlando di millimetri di mercurio;
  • adattare la comunicazione al contesto culturale: non tutte le pratiche di cura sono universali. Per chi proviene da altri Paesi, alcuni concetti sanitari possono essere estranei. Serve mediazione culturale, ma anche apertura mentale da parte dei professionisti;
  • integrare educazione e cura: ogni prestazione sanitaria può essere occasione per dare una spiegazione, un consiglio, un rinforzo positivo. Un farmaco consegnato senza spiegazione rischia di non essere assunto; se spiegato con calma, può diventare un passo verso la responsabilità personale;
  • favorire l’apprendimento pratico: mostrare come usare un termometro, come misurare la glicemia, come pulire una ferita. Piccoli gesti che, se interiorizzati, cambiano il percorso di salute di una persona;
  • costruire fiducia: la relazione con persone che hanno vissuto rifiuti o esclusione richiede tempo. La coerenza, la presenza costante, il rispetto sono la base perché il messaggio educativo attecchisca.

Queste pratiche non sono riservate solo agli operatori sanitari: anche i volontari, con la loro presenza quotidiana, possono veicolare messaggi di salute, se opportunamente formati e sensibilizzati.

Salute come responsabilità condivisa

Un aspetto centrale è l’idea che la salute non appartiene solo alla persona, ma è un bene comunitario. Nelle Cep questo si traduce in un approccio integrato: mensa e ambulatorio non sono due mondi separati, ma parti di un ecosistema che mette al centro la persona. Un pasto equilibrato, un consiglio igienico, una parola di incoraggiamento da parte di un volontario: tutto contribuisce a creare un contesto di salute.

La sfida è trasformare i servizi di assistenza in spazi educativi diffusi, dove la cura non sia solo “erogata” ma “condivisa”. In questo modo, le persone diventano protagonisti di un processo di consapevolezza.

Un invito a guardare più in profondità

L’educazione sanitaria nelle comunità che accolgono non è un lusso, ma una necessità. È la chiave per rompere circoli viziosi di esclusione e malattia, ed è un terreno in cui realtà come le Cucine Economiche Popolari possono offrire un contributo unico, intrecciando professionalità sanitaria, presenza volontaria e cura relazionale.

Esperienze come questa ricordano che la cura inizia nei dettagli: una parola chiara, un gesto di fiducia, un sapere condiviso. Ed è proprio da qui che può nascere un cambiamento duraturo.