Mohamed lo sa: ci sono giorni in cui la vita pesa più del solito. Oggi è uno di quelli. Il sacco a pelo che usa per dormire sotto il portico è umido, la pioggia della notte lo ha inzuppato. Il bar vicino ha cambiato gestione e non gli lasciano più usare il bagno al mattino. In città gira voce che presto chiuderanno l’accesso a uno dei pochi spazi riparati dove lui e altri come lui si fermano a dormire. Si sfrega le mani per scaldarsi e poi si avvia verso le Cucine Economiche Popolari.
Quando arriva, trova la solita fila di facce stanche e affamate. Entra, si lava, prende un pasto caldo e si siede. Mentre mangia, ascolta le conversazioni intorno a lui: qualcuno ha trovato un lavoretto in un cantiere, qualcun altro è riuscito a farsi visitare da un medico. Lui, invece, è fermo. Da anni. Senza documenti, senza un lavoro stabile, senza una casa.
In Italia ci è arrivato con un sogno: lavorare, costruire qualcosa, magari aprire un piccolo ristorante con un amico. I primi tempi erano difficili, ma almeno aveva un appoggio: un amico gli aveva offerto una stanza e nei mercati trovava qualche lavoretto in nero. Spostava cassette, caricava furgoni, aiutava con le consegne. Bastava stare zitti e sgobbare. Poi tutto è cambiato. Il suo amico è partito per la Francia, i lavori si sono fatti sempre più rari e, senza un contratto, non ha potuto rinnovare il permesso di soggiorno. Da lì è iniziata una lenta discesa. L’affitto è diventato insostenibile, i soldi finiti, e una sera si è ritrovato senza un posto dove andare.
Dopo qualche notte passata in stazione, un ragazzo senegalese gli ha parlato delle Cucine Economiche Popolari. “Vai là,” gli ha detto. “Almeno mangi qualcosa e ti fai una doccia.” Mohamed ricorda benissimo la prima volta che ha varcato quella porta. Aveva fame, ma si vergognava da morire. Gli sembrava di aver toccato il fondo. E invece ha trovato molto più di un piatto caldo. Ha trovato qualcuno che gli ha chiesto semplicemente: “Di cosa hai bisogno?”. “Non lo so,” aveva risposto. Ed era vero.
Da quel giorno, le CEP sono diventate un punto fermo nella sua vita. Al mattino passa per farsi una doccia e lavarsi i vestiti, poi gira la città alla ricerca di un’occasione. Il pomeriggio torna per mangiare e scambiare due parole con qualcuno. Ogni tanto trova qualche lavoretto: un trasloco, la pulizia di un magazzino, ma niente di stabile. Senza contratto, niente permesso di soggiorno. Senza permesso, nessuna possibilità di lavoro vero.
Alle CEP lo conoscono bene. Non parla molto, ma quando gli operatori gli chiedono come sta, risponde sempre: “Tiro avanti”. E anche se il futuro è ancora incerto, sa che almeno qui c’è un posto dove tornare. “Un giorno troverò un lavoro che dura più di tre mesi,” dice con un sorriso. “E quel giorno, offrirò io il pranzo a qualcuno.”