Il labirinto della mente: la storia di Prince

Prince cammina per le strade parlando a bassa voce. A volte sussurra, altre volte discute animatamente con qualcuno che solo lui può vedere. Qualcuno si scansa, qualcuno ride, qualcuno lo guarda con diffidenza. Lui non se ne accorge nemmeno.

Non è sempre stato così. C’era un tempo in cui aveva un lavoro, una casa in affitto, amici con cui bere una birra la sera. Muratore di professione, lavorava nei cantieri della città, senza mai mancare un turno. Ma poi la sua mente ha iniziato a giocargli brutti scherzi. All’inizio erano solo pensieri strani, sussurri lontani che sembravano innocui. Poi sono diventati voci, insistenti, invasive. Gli dicevano cosa fare, lo avvertivano di pericoli invisibili, lo costringevano a dubitare di tutto e di tutti.

Per un po’ ha provato a ignorarle. Ha continuato a lavorare, a sorridere come se niente fosse. Ma dentro di lui cresceva qualcosa di oscuro, qualcosa che lo spingeva sempre più ai margini. Un giorno non si è presentato al lavoro. Il giorno dopo nemmeno. Dopo una settimana, il padrone di casa gli ha detto che doveva andarsene. E così è finito in strada, senza che nessuno se ne accorgesse davvero.

Alle Cucine Economiche Popolari è arrivato per fame, senza sapere cosa fosse. Ha preso un vassoio, si è seduto in un angolo, ha mangiato veloce come se avesse paura che qualcuno gli portasse via il cibo. Per settimane è andata avanti così. Poi, un giorno, un operatore si è seduto accanto a lui. “Come stai, Prince?”

Lui ha alzato lo sguardo, sorpreso. Nessuno gli chiedeva più come stava da molto tempo. Non ha risposto subito. Non sapeva cosa dire. Ma da quel giorno ha iniziato a tornare non solo per il cibo, ma anche per quelle parole, per quello sguardo che sembrava vederlo davvero.

Con il tempo, grazie al servizio di ascolto delle CEP, Prince è stato indirizzato a un medico. Ha iniziato a prendere farmaci, a farsi seguire da uno specialista. Non è stato facile. Ci sono stati giorni in cui non voleva più saperne, in cui le voci erano più forti della volontà di stare meglio. Ma ogni volta che spariva, c’era qualcuno alle CEP che si chiedeva dove fosse finito, che lo aspettava senza giudicarlo. Ora Prince ha ancora le sue battaglie da combattere. Non ha una casa, non ha un lavoro, ma ha qualcosa che non aveva più da tempo: la sensazione di non essere completamente perso. “Forse un giorno avrò di nuovo una stanza tutta mia,” dice. “Forse un giorno le voci saranno solo un ricordo lontano.” E mentre lo dice, per la prima volta, sembra quasi crederci davvero.