Le fragilità che i servizi aiutano a vedere: il confronto con i dati Caritas

Ci sono fragilità che emergono nelle statistiche nazionali e altre che prendono forma con maggiore evidenza nei luoghi in cui le persone cercano un aiuto concreto. Mettere in dialogo questi due punti di osservazione aiuta a comprendere meglio un fenomeno complesso: i dati nazionali mostrano alcune tendenze di fondo, mentre l’esperienza quotidiana dei servizi restituisce il modo in cui queste tendenze entrano nella vita delle persone.

Le domande che arrivano ai servizi compongono un quadro più ampio. Raccontano vite in cui la difficoltà economica si intreccia con la salute, l’abitare, il lavoro, la solitudine e l’accesso ai diritti.

I servizi di prossimità possiedono per questo una capacità particolare di osservazione. Accolgono le persone nella concretezza della loro giornata e incontrano i punti in cui una vita può diventare più fragile: quando manca un luogo in cui lavarsi, quando una visita medica resta fuori portata, quando il telefono si spegne e con esso si interrompe il contatto con un familiare, un datore di lavoro, un ufficio o un appuntamento sanitario. La povertà appare allora per ciò che è: una condizione che coinvolge risorse materiali, relazioni, salute, possibilità di abitare e capacità di muoversi dentro una città.

Quando i bisogni essenziali raccontano una storia più ampia

Le Cucine Economiche Popolari incontrano quotidianamente questa complessità. Nel 2025 hanno accolto 3.624 persone e registrato 110.180 prestazioni complessive. Dietro a questo dato generale si riconosce una domanda che attraversa l’intero anno e che richiede risposte continuative: 83.814 pasti distribuiti, 2.738 prestazioni sanitarie, 3.778 docce, 1.093 lavaggi di indumenti, 1.223 cambi d’abito, 7.865 ricariche del cellulare e 933 colloqui di segretariato sociale. Numeri che aiutano a comprendere quali aspetti della vita quotidiana diventano più esposti quando si indeboliscono il reddito, la casa, il lavoro e le reti di sostegno.

La mensa resta il primo punto di contatto per molte persone. Nel 2023 erano stati distribuiti 77.505 pasti, saliti a 85.880 nel 2024 e rimasti oltre gli 83 mila nel 2025. Questa continuità segnala quanto il bisogno alimentare resti una soglia essenziale, ma dice anche che il pasto è spesso il luogo da cui emergono altre domande. Attorno a questo servizio può iniziare una relazione capace di far affiorare bisogni che, altrove, rimangono nascosti.

Anche il servizio sanitario restituisce un segnale significativo. Nel 2023 le Cep hanno effettuato 1.702 visite mediche e 899 prestazioni infermieristiche; nel 2025 le prestazioni complessive hanno raggiunto quota 2.738. La crescita richiede una lettura attenta, perché i dati risentono dell’organizzazione dei servizi, delle collaborazioni attivate e delle modalità di accesso. Eppure indica con chiarezza che la salute occupa un posto centrale nei percorsi delle persone accolte. Una condizione di salute fragile rende più difficile lavorare, abitare stabilmente, sostenere le spese quotidiane e mantenere relazioni; nello stesso tempo, la precarietà economica rende più complesso prevenire, curarsi e proseguire con regolarità i percorsi sanitari.

Le Cep osservano questa complessità anche attraverso i servizi di igiene personale. Nel 2023 sono state effettuate 4.645 docce, nel 2024 4.906 e nel 2025 3.778. I dati vanno letti tenendo conto delle aperture, delle modalità organizzative e delle collaborazioni che possono incidere sul numero complessivo delle prestazioni. Resta però evidente il significato di questi servizi: poter lavare i propri indumenti, cambiarsi, curare il proprio aspetto e disporre di beni essenziali sostiene la dignità della persona e la possibilità di continuare a stare nello spazio pubblico, cercare lavoro, incontrare servizi, costruire relazioni. Sono gesti quotidiani che diventano più difficili quando viene meno una casa stabile o quando l’abitare si riduce a una condizione provvisoria e incerta.

Anche i servizi apparentemente più piccoli aiutano a leggere il presente. Nel 2025 sono state effettuate 7.865 ricariche del cellulare. Un telefono acceso permette di ricevere una chiamata, rispondere a un datore di lavoro, conservare un appuntamento, comunicare con i servizi, mantenere un legame familiare. In una società in cui molte procedure passano attraverso dispositivi digitali, la possibilità di restare connessi rappresenta una condizione concreta di accesso ai diritti. Lo stesso vale per i 933 colloqui di segretariato sociale realizzati nell’anno: dietro a ciascuno c’è spesso la necessità di capire una pratica, recuperare un documento, trovare un servizio, affrontare una scadenza, ricostruire un percorso possibile.

Salute e abitare: quando le fragilità si accumulano

Il più recente Rapporto statistico di Caritas Italiana aiuta a collocare questa esperienza dentro un fenomeno più ampio. Le persone con fragilità sanitarie presentano spesso bisogni in più ambiti della vita; quasi sei su dieci vivono almeno tre condizioni di difficoltà contemporaneamente. Quando è presente una sofferenza mentale, questa quota sale a quasi otto persone su dieci. La salute diventa così una lente importante per leggere la complessità della povertà: una dimensione che richiede cura, ma anche orientamento, mediazione e accompagnamento nel tempo.

Nel 2025 il 59,6% delle persone accolte alle Cep risultava senza dimora. Il dato aiuta a comprendere perché i servizi di base assumano un peso così rilevante e perché una risposta efficace richieda il lavoro coordinato di molte realtà. Il Rapporto Caritas distingue con precisione tra chi affronta difficoltà nella gestione dell’abitazione e chi vive una condizione di grave esclusione abitativa. Quest’ultima si accompagna più frequentemente a disoccupazione, assenza di reddito stabile, mancanza di sostegni pubblici e accumulo di bisogni. Le Cep si collocano proprio dentro questo spazio delicato, incontrando persone che spesso arrivano quando molte protezioni hanno già perso continuità.

Il confronto tra queste fonti non suggerisce una sovrapposizione automatica. I Centri di ascolto della rete Caritas intercettano molte famiglie e persone che vivono difficoltà economiche o fatiche legate all’abitare; le Cep incontrano con particolare frequenza persone per le quali l’instabilità abitativa si accompagna a ostacoli nell’accesso ai servizi e a condizioni di salute più fragili. Le due osservazioni, proprio perché diverse, aiutano a ricostruire un quadro più aderente alla realtà.

Uno sguardo più ampio sulla città

Questa osservazione quotidiana non sostituisce le analisi statistiche nazionali e non pretende di rappresentare l’intera povertà della città. Le Cep incontrano una popolazione specifica, composta in larga parte da persone che vivono forme di grave marginalità e che spesso arrivano dopo aver attraversato altre soglie di aiuto. Il confronto con i dati Caritas acquista valore perché permette di seguire la povertà lungo un continuum: dalle fatiche nel sostenere un affitto o una bolletta fino alla perdita della casa; dalla rinuncia alle cure fino alla difficoltà di accedere ai percorsi sanitari; dall’indebolimento dei legami fino a condizioni di isolamento più profondo.

In questo senso, i servizi aiutano anche la città a formulare domande più precise. Quali persone restano fuori dalle misure di sostegno? In quali passaggi i percorsi sanitari diventano troppo difficili da affrontare? Quali condizioni rendono una persona più esposta alla perdita dell’abitazione? Dove si interrompono le reti che permettono di affrontare una crisi? Sono domande che chiedono responsabilità condivise e risposte capaci di mettere in relazione istituzioni, servizi sanitari e sociali, Terzo settore e comunità locali.

Le Cucine Economiche Popolari continuano a offrire un luogo in cui i bisogni essenziali trovano una risposta concreta. Allo stesso tempo, attraverso le relazioni costruite ogni giorno, rendono visibili fragilità che meritano di essere comprese prima che diventino irreversibili. Guardare questi segnali con attenzione significa riconoscere che la povertà riguarda l’intera comunità e che ogni percorso di inclusione nasce dalla possibilità di incontrare una persona, ascoltarla e costruire insieme un passaggio successivo.