Mi chiamo Giovanni e nel luglio del 2019 sono rientrato in Italia dopo aver vissuto a lungo in Indonesia. Il rientro non è stato semplice: ero senza soldi, reduce da una separazione dolorosa e con un rapporto difficile con mio figlio. Il primo appoggio me l’ha dato mio fratello, che mi ha ospitato per alcuni mesi mentre cercavo di capire come rimettere ordine nella mia vita.
In quel periodo mi sono rivolto ai Servizi Sociali per ottenere la residenza. È stato il primo passo importante, perché senza residenza non puoi accedere ai diritti più elementari: un medico, un documento valido, un contratto di lavoro, una possibilità concreta di ripartire.
Proprio in quei giorni, grazie a un amico, ho sentito per la prima volta parlare delle Cucine Economiche Popolari. Ho deciso di andare.
Quando sono arrivato alle Cep ero confuso, fragile e con tante domande. Non sapevo bene cosa aspettarmi, ma fin dai primi momenti ho trovato persone capaci di guardarti in faccia e farti sentire accolto. Non servivano tante spiegazioni: bastava sedersi, osservare l’atmosfera della sala, ascoltare le voci dei volontari e degli ospiti.
In breve tempo ho scoperto anche la Casetta Borgomagno, un altro luogo importante per chi sta attraversando un momento difficile. È lì che ho imparato una frase che per me è diventata una guida: “Chi si isola, è perduto.”
Alle Cep nessuno rimane solo. Ogni passo avanti è il risultato di tante mani che si tendono.
La rete che sostiene, i servizi che orientano, la dignità che torna
Con il tempo ho iniziato a frequentare altre realtà collegate alle Cep grazie alle informazioni che mi venivano passate con naturalezza: l’Associazione Elisabetta d’Ungheria, gli alloggi del Torresino, la Casa a Colori. Ognuno mi indirizzava verso il passo successivo, come tessere di uno stesso mosaico.
Quando ho ottenuto un posto al Torresino ho sentito che qualcosa stava davvero cambiando. Avere un luogo dove dormire, lavarsi e riorganizzarsi ti dà la forza di guardare avanti.
In quel periodo sono emersi anche problemi di salute importanti. Le cure non sono state facili, ma alle Cep ho trovato operatori, volontari, medici e infermieri che mi hanno accompagnato con pazienza e umanità. Senza di loro avrei affrontato quel momento in solitudine e con molta più paura.
Intanto cercavo lavoro. Con il supporto degli operatori e del Centro per l’Impiego sono entrato in un progetto della cooperativa Cosep. È stato il primo passo del mio rientro nel mondo lavorativo.
Ricordo l’aiuto di Davide delle Cep con il curriculum: poche cose tecniche, ma decisive per avere un documento che parlasse di me nel modo giusto.
Ottenere la residenza mi aveva permesso di accedere ai diritti, e quei diritti mi stavano riportando dignità. Il Reddito di Cittadinanza prima, e poi l’assunzione nel 2024, sono stati risultati concreti di un percorso lungo, fatto di pazienza e di fiducia.
Nel frattempo ho continuato a frequentare le Cep. Non soltanto per mangiare, ma per parlare, confrontarmi, respirare un po’ di normalità. Alle Cucine senti che puoi essere te stesso, senza dover nascondere le fatiche. È uno dei pochi luoghi in cui la vulnerabilità è accolta e non giudicata.
A fine 2024 è arrivata una delle notizie più importanti della mia vita: un appartamento Ater al Portello. Una casa vera, una porta da aprire con le mie chiavi. Una stabilità che non pensavo di poter raggiungere così presto.
Quello che porto con me
Ripenso spesso al mio percorso: alla confusione iniziale, alle stanze condivise, alle attese negli uffici, ai dubbi sul futuro. Ma soprattutto penso alle persone incontrate lungo la strada: operatori, volontari, ospiti che diventano amici, compagni di viaggio che ti fanno sentire parte di una comunità.
Alle Cep ho trovato servizi importanti — la mensa, le docce, il vestiario, l’assistenza sanitaria, i consigli per il lavoro — ma ciò che conta davvero è l’umanità con cui tutto questo viene offerto.
Non è solo un pasto caldo: è un ascolto, un sorriso, un orientamento, un senso di casa anche quando la casa non ce l’hai.
Oggi ho un lavoro, una casa e una prospettiva che qualche anno fa non avrei immaginato.
E se sono arrivato fin qui è grazie alle relazioni costruite, alla rete cittadina che non ti lascia cadere, e soprattutto alle Cep, che per me sono state un porto sicuro nei giorni difficili e un punto di ripartenza nei giorni migliori. La mia speranza è che questo luogo continui a crescere, ad accogliere, a camminare accanto a chi sta cercando un modo per ricominciare. Perché alle Cep non si è solo aiutati: si viene riconosciuti. E da lì si può davvero ripartire.