Ripensare l’accoglienza: comunità, partecipazione e innovazione sociale

Ogni luogo che accoglie porta con sé un’idea precisa di società. Dietro un pasto servito, una porta aperta o un sorriso c’è sempre una visione di come dovremmo stare insieme, di quali legami vogliamo costruire e di che tipo di futuro immaginiamo. È in questo spazio, a metà strada tra il quotidiano e il progettuale, che si colloca il lavoro delle Cucine Economiche Popolari: una realtà che non solo offre servizi, ma si interroga sul senso stesso dell’accoglienza e sulle forme che essa può assumere.

Il valore generativo delle relazioni

In molti contesti sociali si parla di “servizi” come se fossero entità neutre, fatte di prestazioni e numeri. Eppure, le esperienze più incisive nascono quando il servizio diventa relazione.
Le Cep lo dimostrano ogni giorno: l’offerta di un pasto non si esaurisce nel piatto che viene riempito, ma si prolunga nello scambio di parole, nello sguardo che riconosce, nell’invito a tornare. Questa dimensione relazionale è ciò che rende l’accoglienza generativa: capace cioè di attivare risorse, motivazioni e nuove possibilità sia per chi riceve sia per chi dona tempo e competenze.

La letteratura sull’innovazione sociale descrive questo fenomeno come co-creazione di valore: un processo in cui i beneficiari diventano attori che contribuiscono alla costruzione dell’esperienza.
Alle Cep, questo si traduce in gesti concreti: ospiti che si offrono di aiutare nei momenti di maggiore affluenza, volontari che restano oltre l’orario per concludere una conversazione importante, operatori che accompagnano una persona verso un altro servizio perché sanno che, da sola, non ci andrebbe.

Co-progettazione come cultura, non solo come metodo

Negli ultimi anni il termine “co-progettazione” è entrato stabilmente nel vocabolario del terzo settore e delle politiche pubbliche. Spesso, però, resta confinato a procedure formali, bandi e tavoli di lavoro. Alle Cep, invece, la co-progettazione è prima di tutto una cultura condivisa: l’idea che le soluzioni nascono davvero solo quando chi vive i problemi partecipa anche alla loro definizione.

Questa impostazione si traduce in ascolto costante, nella disponibilità a rivedere le modalità operative, nell’apertura a collaborazioni anche inusuali.
Può voler dire accogliere una proposta arrivata da un gruppo di studenti, avviare un laboratorio insieme a un’associazione culturale, o sperimentare un’attività pilota che nasce da un bisogno osservato sul campo e non ancora codificato in alcun progetto.

In questo senso, la co-progettazione diventa il filo conduttore di un modo di lavorare che include istituzioni, realtà sociali, privati cittadini e beneficiari. Una logica che rafforza la resilienza della comunità, perché moltiplica i punti di vista e le risorse disponibili.

Innovare senza perdere radici

Innovazione e tradizione sono spesso percepite come opposte. Eppure, l’esperienza delle Cep mostra che possono convivere e rafforzarsi a vicenda.
Innovare, in questo contesto, significa introdurre nuovi strumenti organizzativi, utilizzare tecnologie per facilitare la gestione, aprire spazi a forme di partecipazione più ampie. Ma significa farlo senza smarrire il nucleo valoriale che ha guidato la storia dell’organizzazione: la centralità della persona, l’attenzione alla dignità, la fiducia nel potenziale di ciascuno.

È un equilibrio delicato, che richiede la capacità di scegliere quali cambiamenti adottare e quali invece potrebbero snaturare l’identità.
È anche una sfida costante: ogni nuova esigenza sociale porta con sé la tentazione di “fare di più”, ma l’esperienza insegna che spesso la vera innovazione è fare meglio, con maggiore consapevolezza e profondità di relazione.

Un orizzonte comune

In un tempo segnato da frammentazione sociale, individualismo e crescente disuguaglianza, esperienze come quella delle Cucine Economiche Popolari diventano luoghi-simbolo di un’altra possibilità. Qui si sperimenta quotidianamente che il bene comune non è un concetto astratto, ma una pratica che si costruisce insieme, passo dopo passo.

Ripensare l’accoglienza oggi significa andare oltre l’idea di “aiutare chi è in difficoltà” e guardare invece a come possiamo ricostruire comunità in cui tutti abbiano un posto e una voce.
Significa accettare che la cura delle relazioni è parte integrante delle politiche; che il cambiamento duraturo nasce da percorsi condivisi in cui la responsabilità è distribuita. Le Cep, in questo senso, offrono una lezione preziosa: l’innovazione più importante è quella che nasce dall’ascolto, dall’apertura e dalla capacità di rimanere fedeli ai propri valori mentre si attraversa il cambiamento.