Un paio di bacchette nella cucina italiana: il racconto di Van

Bui Thi Thu Van, studentessa dell’Università di Padova originaria del Vietnam, ha svolto il proprio tirocinio alle Cucine Economiche Popolari tra marzo e giugno 2026. Quello che segue è il racconto della sua esperienza.

Un tirocinio alle Cep

Quando ho iniziato il mio tirocinio alle Cucine Economiche Popolari, immaginavo un percorso molto diverso da quello che avrei vissuto nei tre mesi successivi. Come studentessa magistrale dell’Università di Padova, ero interessata soprattutto alle attività di ricerca, alla raccolta e all’analisi dei dati, alla preparazione di report e alla comprensione dei processi che permettono a un’organizzazione sociale di raccontare il proprio lavoro e il proprio impatto. Mi aspettavo quindi di trascorrere gran parte del tempo davanti a documenti, tabelle e materiali di approfondimento.

Fin dai primi giorni ho avuto la possibilità di conoscere meglio la realtà delle Cep attraverso la lettura di report, bilanci sociali e documenti interni. Questo materiale mi ha aiutata a comprendere la missione dell’organizzazione, la sua storia e le attività che ogni giorno vengono realizzate per accompagnare persone che attraversano momenti di fragilità. Allo stesso tempo, però, il tirocinio mi ha portata a partecipare direttamente alla vita quotidiana della struttura, affiancando alle attività di ufficio il servizio in mensa e nella distribuzione degli indumenti.

È stato proprio questo intreccio tra analisi e incontro diretto a rendere l’esperienza particolarmente significativa.

Nel corso delle settimane ho lavorato alla preparazione del report dedicato alle Attività Riparative, leggendo materiali, organizzando informazioni e analizzando dati. Questo lavoro mi ha permesso di approfondire competenze che considero molto importanti per il mio percorso di studi e per il mio futuro professionale. Ho imparato quanto sia fondamentale raccogliere informazioni in modo accurato, interpretarle correttamente e trasformarle in strumenti capaci di raccontare il valore di un’attività e i cambiamenti che essa contribuisce a generare.

Accanto a questo lavoro, però, ogni giorno incontravo persone reali. Ed è stato proprio qui che il significato dei numeri ha iniziato a cambiare.

Prima di arrivare alle Cep conoscevo poco questa realtà e avevo un’immagine inevitabilmente parziale delle persone che frequentano servizi come la mensa o la distribuzione degli indumenti. L’esperienza quotidiana mi ha aiutata a scoprire una realtà molto più ricca e complessa di quanto immaginassi.

Uno degli aspetti che mi ha colpita maggiormente riguarda proprio gli ospiti incontrati durante il servizio. Mentre aiutavo nella sala mensa, osservavo continuamente piccoli gesti che raccontavano attenzione e rispetto reciproco. Molte persone, al termine del pranzo, sistemavano il proprio tavolo e cercavano di lasciare in ordine lo spazio utilizzato, contribuendo spontaneamente al lavoro dei volontari. Potrebbe sembrare un dettaglio marginale, ma per me è stato uno dei primi segnali che mi hanno aiutata a guardare oltre le immagini semplificate con cui spesso vengono descritte le persone che vivono situazioni difficili.

Ho incontrato persone che salutavano con cordialità, che sorridevano, che ringraziavano per l’aiuto ricevuto e che si rivolgevano ai volontari e agli operatori con rispetto. Ogni incontro contribuiva a restituire profondità a storie che, viste da lontano, rischiano di essere racchiuse in poche categorie o definizioni.

Con il passare del tempo ho compreso sempre più chiaramente che ogni persona porta con sé un percorso unico, fatto di esperienze, fatiche, capacità, relazioni e speranze. Le situazioni di fragilità raccontano una parte della storia, mentre la persona custodisce una ricchezza molto più ampia. Molti degli ospiti che ho incontrato hanno mostrato dignità, gentilezza e una straordinaria capacità di affrontare situazioni complesse, offrendo a chi li incontra un’immagine molto diversa da quella che spesso emerge nei discorsi pubblici sulla povertà e sull’emarginazione.

Anche il rapporto con i volontari e con gli operatori ha avuto un ruolo fondamentale nel mio percorso. Fin dall’inizio ho trovato persone disponibili a condividere il proprio tempo, a spiegare il significato delle attività svolte e a raccontare il valore che le relazioni assumono all’interno di un luogo come le Cep. Attraverso il loro esempio ho compreso che il servizio nasce certamente dall’organizzazione e dalle competenze, ma prende forma soprattutto nella qualità degli incontri quotidiani.

I volontari mi hanno accolta con grande calore e mi hanno fatta sentire parte della squadra fin dai primi giorni. Mi hanno insegnato concretamente come svolgere le attività, mi hanno accompagnata quando incontravo qualche difficoltà e mi hanno aiutata a orientarmi in un ambiente che per me era completamente nuovo. Grazie a loro le Cep sono diventate molto più di una sede di tirocinio: sono diventate una comunità nella quale ho trovato ascolto, sostegno e fiducia.

Questa esperienza è stata importante anche per un’altra ragione. Arrivando dal Vietnam, una delle sfide che portavo con me riguardava la lingua italiana. Prima del tirocinio avevo poche occasioni per utilizzarla quotidianamente, perché gran parte del mio percorso universitario si svolgeva in inglese. Le Cep mi hanno offerto uno spazio concreto in cui imparare attraverso le relazioni.

Operatori, volontari e ospiti mi hanno incoraggiata a parlare in italiano, aiutandomi a imparare nuove parole e nuove espressioni. Ho trovato persone disponibili ad ascoltare con pazienza, ad accompagnarmi quando cercavo le parole giuste e a valorizzare ogni tentativo di comunicazione. Grazie a questa esperienza ho acquisito maggiore sicurezza e ho scoperto che la comunicazione nasce soprattutto dal desiderio reciproco di comprendersi.

Guardando indietro, mi accorgo che proprio in quei mesi è maturata una delle riflessioni più importanti che porterò con me. I report, i grafici e le analisi aiutano a comprendere la portata di un fenomeno e a misurare i risultati raggiunti da un’organizzazione. L’incontro diretto con le persone permette invece di cogliere il significato umano che si nasconde dietro quei numeri. Le due dimensioni si completano a vicenda e acquistano pieno significato quando riescono a dialogare tra loro.

Un gesto che avvicina due mondi

Tra tutti i ricordi che porterò con me al termine di questa esperienza, ce n’è uno che continua a occupare un posto speciale nella mia memoria.

Un giorno, mentre aiutavo in cucina, il personale preparò alcuni piatti utilizzando ingredienti asiatici. Quando arrivò il momento del pranzo, qualcuno mi porse un paio di bacchette.

A prima vista potrebbe sembrare un episodio molto semplice. Per me, invece, quel gesto ha assunto un significato profondo e continua ancora oggi a rappresentare una delle immagini che meglio raccontano ciò che ho vissuto alle Cep.

Vedere delle bacchette in una cucina italiana fu una sorpresa. Ancora più significativo fu rendermi conto che qualcuno aveva pensato alla mia cultura, alle mie abitudini e a ciò che avrebbe potuto farmi sentire a mio agio. Vivere lontano dal proprio Paese significa portare con sé il desiderio di mantenere un legame con le proprie radici, con i sapori familiari, con le tradizioni e con le persone care. In quel momento ho percepito che la mia storia e la mia provenienza trovavano spazio all’interno di una comunità capace di riconoscere e valorizzare le differenze.

Quelle bacchette hanno reso più vicina la distanza tra l’Italia e il Vietnam. Mi hanno fatto sentire accolta e compresa, ricordandomi che l’inclusione prende forma attraverso gesti concreti, spesso molto semplici, che comunicano attenzione e rispetto.

Ripensando oggi ai mesi trascorsi alle Cucine Economiche Popolari, mi accorgo che quell’episodio racchiude in qualche modo l’intera esperienza. Ho iniziato il mio tirocinio pensando soprattutto ai dati, ai report e agli strumenti di analisi. Ho concluso il percorso con nuove competenze professionali, ma soprattutto con una consapevolezza più profonda del valore delle relazioni.

Ho imparato che i numeri raccontano una parte importante della realtà e permettono di comprendere la portata di un’attività sociale. Ho imparato anche che dietro ogni numero esistono persone reali, con la loro storia, la loro dignità e le loro possibilità. Ogni dato presente in un report corrisponde a volti, incontri, percorsi e cambiamenti che prendono forma nella vita quotidiana.

Le Cep mi hanno insegnato che il lavoro sociale riguarda certamente l’organizzazione dei servizi e la risposta ai bisogni, ma trova il suo significato più profondo nella capacità di costruire relazioni, generare fiducia e riconoscere il valore di ogni persona. Sono insegnamenti che porterò con me nel mio futuro professionale e personale. E quando ripenserò a questi mesi trascorsi a Padova, tra i molti ricordi che affioreranno alla mente, continuerò probabilmente a vedere un paio di bacchette appoggiate sul tavolo di una cucina italiana, simbolo di un incontro che ha saputo trasformare una semplice esperienza di tirocinio in un autentico percorso di crescita umana.